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accordo bretton woods III

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Bretton Woods III: analisi Credit Suisse

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Stiamo entrando nell’era della Bretton Woods III. Questo è quando si apprende da un report della Credit Suisse che presenta un’analisi inaspettata da parte di una banca.
Mentre le notizie in Tv sono concentrate a parlare del conflitto in Ucraina, nel mondo della finanza sta avvenendo un cambio epocale: la Bretton Woods II, basata sulla finanziarizzazione delle valute, sta per lasciare il posto ad una Bretton Woods III, ossia un sistema monetario globale basato sulle materie prime.

Secondo questo comunicato, le materie prime dell’est avranno il potere di indebolire il sistema dell’eurodollaro e contribuiranno anche ad alimentare le forze inflazionistiche in Occidente.
L’amministratore delegato e responsabile di Credit Suisse, ripete spesso in questo suo documento di analisi che stampare denaro è possibile ma non si può stampare grano da mangiare né tantomeno gas per scaldarsi.

La colpa, secondo il comunicato, è del G7 che ha deciso di sequestrare le riserve valutarie russe.
È molto interessante che nel report siano indicati anche i rendimenti degli ultimi mesi di altre monete rispetto al dollaro americano:

  • +9,7% da novembre 2021 l’aumento della forza del peso messicano rispetto al dollaro,
  • +21%, nell’ultimo anno, la crescita del real brasiliano,
  • +11%, negli ultimi 5 mesi, del rand sudafricano.

Queste valute, per quanto siano traballanti e poco stabili, stanno prendendo forza rispetto al dollaro e ci dimostrano che, quando una valuta è coperta da qualcosa di tangibile, ha sempre un suo fascino.

Il documento inoltre spiega che a fine giugno le banche commerciali russe potranno acquistare l’oro a 5.000 rubli il grammo, come comunicato dalla Banca Centrale Russa.

Lo scopo sarebbe quello di consentire dei prestiti a sostegno della produzione mineraria, dato che l’oro di provenienza russa è escluso dalle sanzioni.

Se la cosa si verificasse veramente, il rublo tornerebbe al sistema “gold standard”, per cui ogni moneta aveva una parità metallica fissa, ossia il valore della moneta corrispondeva ad una determinata quantità di oro, stabilita dalle autorità monetarie.

Quindi in qualunque momento, una Nazione poteva convertire la propria moneta in circolazione in oro ma per fare questo era necessario che ci fosse una corrispondenza tra la quantità di biglietti di banca in circolazione e le riserve di oro possedute dalla banca centrale.
Il 26 aprile Nikolaj Platonovič Patrušev, uno degli ufficiali di sicurezza ed intelligence più potenti della Russia e stretto alleato di Putin, ha rilasciato un’intervista al quotidiano ROSSIYSKAYA GAZETA, dove afferma che degli esperti russi stanno lavorando ad un progetto per sostenere il rublo russo con oro e altre materie prime, ipotesi questa confermata anche dal documento di Credit Suisse che anzi aggiunge che, in questo modo, dovremo aspettarci che rubli, oro e materie prime tenderanno a crescere insieme.
Oggi l’indice che misura il valore di un’oncia d’oro è un mix di oro e derivati che ne determinano il prezzo e molti pensano che prima o poi un Paese come la Cina possa chiedere due listini separati. L’economia mondiale si basa su una moneta FIAT che non ha, cioè, nessun valore reale perché non coperta da garanzie certe come l’oro e se si dirigesse verso una valuta basata su materie prime reali e non più sul dollaro, monete come l’euro avrebbero incontro al crollo definitivo.

Sempre secondo Credit Suisse, il gas, tolto all’Europa potrebbe prendere la via dell’Asia attraverso il Canale di Suez mentre già oggi la Cina detiene la metà delle riserve mondiali di grano e il 70% di quelle di mais e quindi voler sanzionare una Nazione come la Russia, riconosciuta come la più importante fonte mondiale di energia ed il fornitore di una vasta gamma di materie prime, compresi cereali e fertilizzanti, significherebbe andare incontro, a meno che non si abbia un piano B, ad un suicidio economico che porterebbe i tassi di interesse e i livelli di inflazione a dimensioni mai raggiunte che, come al solito, ricadrebbero sulla testa della gente comune e sui conti correnti dei piccoli risparmiatori.

Bretton Woods: come funziona?

In un momento storico come quello che stiamo vivendo con una guerra voluta da Putin contro Kiev che sta mettendo seriamente a rischio gli equilibri economici internazionali, ricordiamo come funziona la Bretton Woods, quali sono stati gli accordi del 1944 e perché ad un certo punto quell’accordo è crollato.

Gli accordi di Bretton Woods non erano altro che un insieme di regole che riguardavano le relazioni commerciali e finanziarie internazionali tra i più importanti paesi industrializzati del mondo occidentale. Quando si radunarono gli esperti di economia nel 1944, come rappresentanti dei 44 Paesi alleati, si sentiva molto forte la necessità di creare un sistema di regole giuridiche che garantisse l’equilibrio dei mercati.

Si avvertiva anche l’esigenza di evitare che si potessero proporre di nuovo, nelle varie Nazioni, le degenerazioni protezionistiche e l’instabilità valutaria, che avevano dominato il commercio in quegli anni.

Gli accordi presi furono la risposta dei Paesi mondiali che non volevano più vivere delle crisi economiche come quella del ‘29.

La Grande Depressione fu, dopo la crisi della fine del XIX° secolo, la più grande crisi economica e finanziaria che causò il caos dell’economia mondiale alla fine degli anni venti e che portò forti ripercussioni anche durante i primi anni del decennio successivo.

Il crollo della Borsa di New York, dopo anni di grande splendore, e la conseguente recessione, ebbero un effetto devastante sul mondo intero, soprattutto sull’Europa che, dopo la Prima Guerra Mondiale, aveva avuto bisogno dell’aiuto economico americano.

Crollò il commercio internazionale, chiusero le banche, fallirono le industrie e ci furono milioni di disoccupati. Le uniche Nazioni che non risentirono di questa crisi furono l’Unione Sovietica che aveva appena disposto il suo primo piano quinquennale che aveva l’obiettivo di realizzare una base industriale moderna, i Paesi Scandinavi che non ebbero una riduzione dell’esportazione delle loro materie prime e il Giappone che affrontò la crisi, così come la guerra, con delle misure inflazionistiche.

Accordi di Bretton Woods del 1944

Ma quali furono gli accordi di Bretton Woods del 1944 e in cosa consistono?

Prima di rispondere alla domanda, bisogna dire che questi accordi furono un risultato eccezionale per l’epoca perché oltrepassò le differenze dei principi economici che c’erano tra un Paese e l’altro, in nome della fiducia comune su un sistema basato sul capitalismo. In quel periodo la necessità di tutti era quella di fissare un sistema di regole che tutelasse la libertà degli scambi e che prevedesse dei correttivi alle distorsioni.

Dall’1 al 22 luglio 1944 si svolse quindi una conferenza tra gli economisti più autorevoli di ogni Paese nel Mount Washington Hotel di Bretton Woods, nel New Hampshire. Furono presentate due proposte differenti, una da John Maynard Keynes, uno dei più grandi economisti del ventesimo secolo e delegato del governo inglese e un’altra da Harry Dexter White, delegato del Tesoro americano.

Quest’ultimo, nel suo progetto, voleva risolvere tre problematiche che stavano molto a cuore a tutti i Governi: prevenire il collasso del sistema creditizio e valutario, assicurare la restaurazione del commercio internazionale, che era stato completamente sfaldato dal conflitto mondiale e contrastare l’enorme bisogno di capitali, necessari alla ripresa economica mondiale. Per raggiungere tali scopi, White riteneva che fosse fondamentale una collaborazione internazionale in campo monetario e bancario.

Dall’altra parte c’era invece la visione di Keynes che voleva creare un “sistema di compensazione multilaterale”, basato su una “moneta universale”, il bancor, definita in termini di oro e che fosse idonea a scongiurare gli squilibri finanziari che, per l’economista inglese, erano stati tra i motivi principali della guerra. Attraverso un conto all’interno di una International Clearing Bank, ogni nazione poi avrebbe potuto saldare i debiti contratti in valuta, facendo riferimento alle parità precedentemente stabilite rispetto al bancor.

Dopo 21 giorni di negoziazioni, prevalsero la posizione e il piano messo a punto dall’economista americano e il risultato fu la creazione di un sistema basato su due istituzioni fondamentali: il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo.

Queste due istituzioni, esistenti ancora oggi, diventarono operative nel 1946, quando un numero congruo di Paesi aderì al progetto. Ebbero il compito di incoraggiare la cooperazione monetaria tra gli Stati e di incentivare il commercio internazionale attraverso la stabilità dei cambi, eliminando così le condizioni di squilibrio determinato dai pagamenti internazionali. Il dollaro venne quindi eletto valuta principale ed unica convertibile in oro, in base al cambio di 35 dollari contro un’oncia del metallo prezioso mentre le altre valute erano autorizzate solo ad oscillazioni limitate in un regime di cambi fissi a parità centrale.

Per vigilare su queste nuove regole e sul sistema dei pagamenti internazionali, fu istituito il Fondo Monetario Internazionale, FMI, che aveva lo scopo di controllare la liquidità internazionale e coadiuvare i vari paesi nel caso di difficoltà nella bilancia dei pagamenti, paesi che, per poter aderire al Fondo, dovevano versare una quota in oro e una nella loro valuta e che aveva il potere di determinare il suo peso decisionale.

Nel 1947 fu poi firmato il GATT, General Agreement on Tariffs and Trade, un accordo generale sulle tariffe ed il commercio, che fu affiancato al FMI ed alla Banca mondiale e che aveva il compito di liberalizzare il commercio internazionale.

Perché crolla Bretton Woods?

Visto che probabilmente arriveremo presto ad una Bretton Woods III, ricordiamo quali sono stati i motivi che fecero crollare il 1° accordo.

Questo fu verosimilmente l’evento che negli anni tra il 1945 e il 1989 ebbe l’impatto maggiore sull’economia e sulla politica mondiale, perché cambiò un’istituzione sociale su cui si reggeva l’economia mondiale e i cui effetti li sentiamo ancora oggi.

Fino agli anni ‘70 questi accordi, con le stesse identiche condizioni che le avevano generate, avevano controllato i conflitti economici, tutti gli Stati erano riusciti a realizzare i propri obiettivi e avevano contribuito in maniera evidente ai boom economici che interessarono molti paesi occidentali negli anni Cinquanta e nella prima metà degli anni Sessanta.

Alla fine di questi anni, però, i Paesi che avevano partecipato a quegli accordi cominciarono a presentare livelli di inflazione molto diversi: mentre i prezzi statunitensi aumentavano, determinando una perdita di competitività, altri paesi come il Giappone e soprattutto la Germania, dai loro scambi con l’estero, facevano registrare un attivo, accumulando così dollari.

Questa speculazione a favore del marco e contro il dollaro contribuì ad aumentare il flusso di capitali in uscita dagli Stati Uniti che, insieme alle spese sostenute dal governo americano per finanziare la guerra in Vietnam e agli investimenti in Europa da parte delle imprese americane, determinò un deficit sempre più grande sia nel bilancio pubblico che nella bilancia dei pagamenti.

Questa situazione provocò una profonda sfiducia nel dollaro, per cui molte banche centrali cercarono a più riprese di convertire in oro i dollari in loro possesso. Di fronte a questo scenario insostenibile per la moneta americana, Il 15 agosto 1971, quasi 51 anni fa, l’allora Presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, a Camp David dichiarò l’inconvertibilità del dollaro in oro, decretando ufficialmente la fine del sistema a cambi fissi ed impose una tassa del 10% per le  importazioni negli Stati Uniti.

Questo accordo di convertibilità oro – dollaro, ratificato con la Bretton Woods, impediva agli Stati Uniti, così come ad ogni altro Paese, di creare moneta a proprio piacimento, perché, per poterlo fare, avrebbe dovuto possedere oro in proporzione alla nuova moneta emessa. Per finanziare la guerra in Vietnam gli americani utilizzarono 12 mila tonnellate d’oro con grave rischio per le riserve auree e fu così che Nixon decise di porre fine al sistema monetario di Bretton Woods.

Nel dicembre del ‘71, per fronteggiare il conseguente caos monetario, dovuto alla fine di quegli accordi del ‘44, i membri del G10, Germania, Belgio, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Regno Unito e Svezia, ratificarono un accordo, lo Smithsonian Agreement, presso la sede dello Smithsonian Institute di Washington.

Con questi accordi venne stabilito che il prezzo ufficiale dell’oro dovesse essere di 38 dollari l’oncia, furono cambiati i tassi di cambio tra le altre monete, si stabilì una banda di oscillazione del 2,25% attorno alle nuove parità e fu abolita la nuova tassa sulle importazioni degli Stati Uniti che non vennero però obbligati a scambiare dollari con oro.

Lo Smithsonian Agreement, a causa dei continui disavanzi della bilancia dei pagamenti americana, però, durò solo due anni e, da quel momento, gli scambi monetari internazionali furono strutturati attraverso un sistema di cambi fluttuanti, come venne poi  sancito nel 1976 dalla riforma dello Statuto del Fondo Monetario Internazionale, che abolì il prezzo ufficiale dell’oro e riconobbe la fine del sistema dei cambi fissi.

Giulio Benvenuti
Dopo aver lavorato diversi anni in due tra le principali reti di consulenza finanziaria in Italia, ho avviato un attività in proprio fornendo in modo indipendente advisory finanziaria e specializzando le mie competenze negli hedge fund.

Sono fondatore di un hedge fund e fornisco consulenza sulla creazione e sviluppo di hedge fund e veicoli d’investimento con sottostante finanziario, real asset e private Equity / Venture Capital.
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